Sentire stamattina a telefono Laika è stato emozionante: vive fuori Italia, non so da dove chiamasse, non conosco il suo viso, né la sua vera voce… Nessuno lo sa, e giustamente.
Per lei l’anonimato è una scelta di prudenza come per Bansky, perché le sue opere gridano senza parole. Come l’ultima, durata solo poche ore perché subito rimossa da chi non gradisce la critica.
All’alba di oggi 12 ottobre in via Beatrice Cenci a Roma, nel ghetto ebraico, alla vigilia del voto sul Ddl Antisemitismo, è apparsa una sua nuova opera dal titolo “Gli Intoccabili”.
Il poster ritrae il premier israeliano Benjamin Netanyahu e un soldato israeliano con le gambe affondate nel sangue, protetti sotto una campana di vetro, come quelle dei souvenir turistici.
“Dopo più di tre anni di genocidio, il Governo italiano continua a difendere quello Israeliano a spada tratta, fino a varare un decreto che identifica anche la critica allo Stato di Israele come antisemitismo”, dichiara l’artista.
“Trovo che questo Ddl sia un insulto a tutte le persone ebree che sono state deportate e uccise nei lager nazisti. È un decreto che censura la libertà di opinione e mette in pericolo la nostra democrazia”, prosegue.
“Da antifascista, sono d’accordo che ogni episodio di antisemitismo, inteso come discriminazione delle persone di religione ebraica, vada punito severamente. Ma la definizione dell’IHRA sulla quale questo Ddl si basa, sfrutta le sofferenze del passato per permettere a Netanyahu e al suo governo criminale di completare il genocidio a Gaza senza neanche poter essere criticati”, precisa.
E ancora: “Come Al Capone, che nel film ‘Gli Intoccabili’ aveva la protezione di giudici, polizia e politici per continuare a fare i suoi sporchi affari, anche Netanyahu e il suo governo cercano di condizionare la politica di altri paesi per i propri comodi”.
Non ti dispiace che i tuoi lavori urbani siano in balìa degli altri?
“Quando attacco un poster lo lascio alla legge della strada – commenta – c’è chi lo apprezza, ma anche chi lo strappa o lo rimuove. Per rabbia, per dissenso o perché cerca di impedire che venga visto, anche se è inutile: una volta che è sul muro e viene fotografato, ormai è tardi…”
Anche tu, come me, credi che il disegno – come la musica – comunichi ai giovani più e meglio di tante parole. Quali sono le accuse più frequenti che ti hanno rivolto?
“Di fare propaganda… Sì, è vero: faccio propaganda: bisogna svegliare la coscienza collettiva”.
L’arte di strada come strumento di cultura, e alla portata di tutti perché democratica, gratuita e scomoda: hai mai ricevuto minacce?
“Spesso… I miei poster ispirati all’invasione dell’Ucraina, ad esempio, hanno fatto scalpore: sono stata la prima a fare un’opera contro la guerra e sui social sono stata vittima di una vera e propria shit storm», dice.
Di cultura che parla di impegno sociale, allora, si può vivere?
“Oggi per me fare la street artist è pienamente sostenibile ed io riesco a fare solo questo”. E conclude: “C’è bisogno di tanto lavoro per fare cose sempre più ambiziose, ma tutto emerge dalla mia coscienza politica”.
Che linguaggio usi con i più giovani, tu che non sei su Tik Tok?
“Uso messaggi semplici perché voglio che i miei poster arrivino anche a chi pensa solo ai filtri Instagram e alla tv di intrattenimento, così raggiungo anche chi non ha le mie stesse idee”.
L’insulto emotivo e intellettivo che hanno subito le ultime generazioni, dopo decenni di sottocultura individualistica, secondo te è arginabile?
“Come artista sento di avere un ruolo sociale. spero che qualcosa cambi. Ma non ci si può affidare al caso, bisogna lavorare per far sì che vada tutto bene. E una cosa è certa: se diciamo che è tutto inutile, abbiamo già perso”.

