Mezzo secolo dopo Giorgiana

Quel 12 maggio pomeriggio del ’77 era un giovedì, ed ero alla manifestazione. Avevo 16 anni e mezzo, due anni meno di Giorgiana Masi, la studentessa italiana uccisa poco lontano da me, sul ponte Garibaldi, a Trastevere.

Quel giorno, col fidanzato Gianfranco Papini, c’erano scontri tra dimostranti e forze dell’ordine in seguito al corteo pacifico del Partito Radicale, a cui si erano uniti membri della sinistra extraparlamentare, infiltrati.

Verso le h 20 i due erano in piazza Giuseppe Gioachino Belli, quando un proiettile calibro 22 colpì Giorgiana alla schiena mentre fuggiva dalle cariche delle forze dell’ordine: morì durante il trasporto in ospedale, caricata su un’auto civetta della polizia.

Giorgiana viveva al Trionfale e studiava al liceo scientifico Pasteur, sua sorella maggiore si chiama come me, Vittoria. I suoi genitori morirono poco dopo la figlia “senza essersi mai dati pace“, mi racconta una loro vicina.  

Le ipotesi accreditate, seppur mai verificate, rimasero due: il “fuoco amico”, secondo il ministro dell’interno Francesco Cossiga, che ricondusse la responsabilità a frange di Autonomia Operaia.

Oppure – secondo quanto affermato dall’avvocato di parte civile, dalla sinistra e i radicali – le forze dell’ordine in borghese, che fecero fuoco con una pistola non d’ordinanza, mai individuata. A distanza di mezzo secolo, l’omicidio di Giorgiana Masi rimane insoluto, così come altri casi di omicidio.

L’antefatto, fu la richiesta di abrogazione della legge “Reale” che venne fatta propria dai radicali all’interno di un pacchetto referendario di otto quesiti, la cui raccolta delle firme fu avviata proprio nella primavera del 1977. 

Per i comitati promotori dei referendum bisognava dare una svolta nella raccolta delle sottoscrizioni dei cittadini, in un momento in cui la campagna non stava andando bene per le difficili condizioni di agibilità politica che si stavano vivendo. 

In alcuni casi la raccolta delle firme fu vietata: a seguito di una denuncia dei deputati radicali al ministro Cossiga, fu segnalato che la Questura di Nuoro aveva vietato una manifestazione radicale sui referendum adducendo “pericolo di infiltrazioni provocatorie”.

I radicali polemizzarono – insieme ai rappresentanti del Movimento Lavoratori per il Socialismo, dentro il Palazzo di giustizia di Venezia – per la decisione del presidente della Corte d’appello di vietare in luoghi aperti la raccolta delle firme per i referendum abrogativi.

Ad una delegazione dei comitati promotori il presidente della Corte d’appello comunicò che la disposizione era stata emanata direttamente dal ministero di Grazia e Giustizia. 

In questo clima di incertezza, fu convocata dal Partito radicale un sit in a piazza Navona il 12 maggio con lo slogan “Per un nuovo 13 maggio, per una nuova vittoria popolare”, in occasione dell’anniversario della vittoria al referendum sul divorzio del 12-13 maggio 1974.

Per i promotori l’iniziativa costituiva l’occasione di dare un segnale per il ripristino della legalità costituzionale e per il rispetto dei più elementari diritti civili dei cittadini. La manifestazione del 12 maggio non fu autorizzata, a seguito dell’ordinanza prefettizia emessa il 22 aprile.

Nonostante il divieto, i promotori ne confermarono la convocazione per denunciare il restringimento degli spazi di libertà di riunione e il pesante clima repressivo, favorito da un governo d’emergenza, cosiddetto della “non sfiducia”.

Secondo gli organizzatori, la manifestazione sarebbe dovuta essere rigorosamente nonviolenta, costituendo altresì un’occasione importante per informare i cittadini sui referendum rispetto ai quali si stava per concludere una difficile raccolta di firme…

Di fronte al continuo divieto del ministro dell’Interno, i radicali decisero, dopo una trattativa con i dirigenti della Questura, dopo aver parlato direttamente con il ministro Cossiga e averne dato conto con una conferenza stampa ed un comunicato, di rinunciare ad ogni caratterizzazione politica.

Annunciarono così che ci sarebbe stata solo una festa musicale, senza comizi e interventi politici e la raccolta delle firme per i referendum.

La costruzione del palco per il concerto iniziata il giorno prima, poté proseguire tranquillamente. Malgrado questo, il centro di Roma fu completamente militarizzato e molti cittadini vennero caricati, respinti, picchiati.

Le attrezzature di piazza Navona, luogo tradizionale delle manifestazioni radicali in quel periodo, vennero smontate a forza e gli organizzatori vennero portati via di peso. Alcuni fotografi e giornalisti vennero picchiati, anche selvaggiamente.

Nel clima di quei giorni, di omologazione totale dell’informazione, molti fotoreporter si videro respingere il loro servizio dai giornali per i quali lavoravano abitualmente.

Mentre nelle strade erano in corso gli scontri e i parlamentari radicali protestavano alla Camera contro le aggressioni e le violenze della polizia, impegnata anche in forme decisamente irregolari, avvenne l’uccisione di Giorgiana Masi.

La presenza delle forze dell’ordine sul ponte Garibaldi fu confermata nella prima requisitoria del procuratore della Repubblica Giorgio Santacroce che scrisse: “Giova ricordare che il 12 maggio 1977, fra le ore 19 e le ore 20,30, intervennero su ponte Garibaldi: a) 100 allievi sottoufficiali carabinieri del battaglione allievi sottoufficiali di Velletri, comandati dal capitano Iannece Giuseppe a disposizione del vice-questore I dirigente dott. Alagna Antonino; b) 30 guardie di P.s. del I raggruppamento celere a disposizione del vice-questore aggiunto dott. Vincenti Luigi; c) personale dell’ufficio politico della questura di Roma”.

Insediatosi subito dopo le elezioni politiche del 1976, il governo Andreotti dimostrò subito la sua impopolarità malgrado l’ampia maggioranza parlamentare: tra i provvedimenti assunti fin dall’autunno del 1976, furono decisi consistenti aumenti di tariffe su beni e servizi.

Nel contempo il quadro politico fu scosso da due episodi che coinvolsero alti rappresentanti dello Stato: lo scandalo Lockeed, con l’incriminazione degli ex ministri Mario Tanassi e Luigi Gui per corruzione e deferiti alla commissione inquirente.

Ero molto giovane e ricordo bene il clima di quegli anni, anche perché mio padre era uno dei magistrati della commissione inquirente sullo scandalo Lockeed.

L’altro episodio fu l’arresto di un questore, di un colonnello dei carabinieri e di un agente del servizio informazioni difesa (Sid) accusati di aver coperto cellule neofasciste implicate nella strage di piazza Fontana.

La grave crisi economica e la lunga durata dell’inflazione, malgrado gli interventi governativi e della Banca d’Italia, non fu tenuta sotto controllo: nel 1977 il costo della vita aumentò mediamente del 18,11% mentre avanzavano precarietà e diffusione di nuove marginalità giovanili.

L’università cominciò ad essere area di parcheggio di disoccupati intellettuali. L’esplosione della rivolta nel mondo accademico fu anche favorita da un piano di studi del ministro Malfatti che introdusse misure restrittive per piani di studio e appelli di esami.

E avvenne nell’università di Roma uno degli episodi più eclatanti: il 17 febbraio 1977, durante un comizio, il leader della Cgil Luciano Lama fu costretto ad abbandonare il palco prima della fine del suo discorso per gli scontri tra gli studenti di autonomia e gli addetti del servizio d’ordine.

L’episodio fu ampliato dalla stampa e diede vita ad una nuova ondata di manifestazioni di piazza con inevitabili scontri, soprattutto a Roma e a Bologna.

Da quel momento si moltiplicarono gli episodi di guerriglia urbana. Nel contempo però le assemblee studentesche erano affollatissime: l’obiettivo politico della contestazione era il sostegno del Pci al governo Andreotti e alla «politica dei sacrifici».

Lo scontro si fece aspro: l’accusa ricorrente del Pci verso il nuovo movimento era quella di essere espressione di un nuovo squadrismo.

Posizioni distanti che riflettevano anche diversità sociali e culturali perché la dirigenza politica del Paese appariva ostile e in grado di imporre solo sacrifici e compromessi.

Nel 1977, in questa fase di scontro sociale e politico, i divieti di manifestazione imposti dai prefetti ottennero l’effetto di favorire l’escalation della violenza: crescere durante i cosiddetti “anni di piombo” era una strana sensazione.

Il conflitto socio-politico assunse quindi toni drammatici: ramificato in ogni settore della società, la risposta degli apparati dello Stato fu però una sua involuzione autoritaria, con una progressiva diminuzione delle libertà costituzionali ed un ampliamento della discrezionalità dell’azione delle forze di polizia.

L’abuso del ricorso a reati associativi o di pericolo presunto costituì il presupposto per l’ampliamento di una normativa emergenziale sull’ordine pubblico che da allora, a fasi alterne, non si è mai interrotta. Neanche oggi.

Molte le perplessità sollevate dal nuovo decreto sicurezza del 2025, dove vengono inasprite le pene per chi blocca strade o ferrovie, inclusi blocchi non violenti, e per la “resistenza passiva” in carcere (equiparata al sequestro di persona).

Dubbi sorgono anche per il “Fermo di Prevenzione”: è contestata la norma che permette alla polizia di trattenere per 12 ore i manifestanti ritenuti pericolosi senza l’autorizzazione di un giudice.

Discutibile anche la procedura e il metodo: il governo ha utilizzato la decretazione d’urgenza per un pacchetto di norme molto ampio (39 articoli), spesso ricorrendo al voto di fiducia e limitando il dibattito parlamentare, nonostante la mancanza dei requisiti di ‘necessità e urgenza’ richiesti dalla Costituzione.

In occidente, in una delle principali economie globali (G7) come l’Italia, cinquant’anni dopo la morte di una studentessa minorenne, il diritto di esprimere – pacificamente – dissenso non è ancora tutelato. Anzi.

Quella notte del 12 maggio di quasi 50 anni fa, fra indignazione, lacrime e termos di caffè, facemmo un’ indicabile diretta da Radio Città Futura.

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